#Focus – Comunità. Duccio Canestrini: il rapporto tra l’identità di un luogo e il suo contesto secondo l’Homo turisticus

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Pubblichiamo di seguito un estratto del saggio Evoluzione di Homo turisticus di Duccio Canestrini, docente di Antropologia del Turismo al Campus universitario di Lucca, pubblicato in traduzione spagnola con il titolo Evolución del Homo turisticus dalla “Revista d’Afers Internacionals” (Barcelona Centre for International Affairs) n.113, p. 149-159, Barcelona 2016. Homo turisticus è la definizione ideata da Duccio Canestrini per descrivere la persona che va in vacanza. Una persona da studiare e catalogare con arguzia e ironia, raccontandone i riti quotidiani e i miti culturali. Il fascino dell’esotico, la ricerca del souvenir, l’idea stessa di ferie o vacanza sono al centro dell’analisi. “L’umanità non ha mai viaggiato tanto come negli ultimi decenni: per piacere, per interesse, per necessità. Oltre alle persone, viaggiano merci, informazioni, idee. Questo traffico globale ci permette di avere giocattoli da Taiwan, notizie dalla Mongolia, zanzare tigre dal sud-est asiatico, scarpe dal Vietnam, banane dal Centroamerica, manodopera rumena e pakistana nei cantieri europei, know how indiano nelle università americane. Oggi possiamo spostarci dal centro di Parigi a un villaggio turistico africano, in meno di ventiquattr’ore”. 

di Duccio Canestrini

L’umanità non ha mai viaggiato tanto come negli ultimi decenni: per piacere, per interesse, per necessità. Oltre alle persone, viaggiano merci, informazioni, idee. Questo traffico globale ci permette di avere giocattoli da Taiwan, notizie dalla Mongolia, zanzare tigre dal sud-est asiatico, scarpe dal Vietnam, banane dal Centroamerica, manodopera rumena e pakistana nei cantieri europei, know how indiano nelle università americane. Oggi possiamo spostarci dal centro di Parigi a un villaggio turistico africano, in meno di ventiquattr’ore. Per quanto riguarda lo spostamento dei corpi umani, sempre di grande interesse per la cronaca, i flussi di persone affluenti, cioè in vacanza e con buona capacità di spesa, e i flussi di persone indigenti o in fuga si incrociano, trovandosi talvolta faccia a faccia, così com’è accaduto nell’estate del 2015 nel Mediterraneo. Sull’isola greca di Lesbo, per esempio, i turisti che prendevano il sole sono stati raggiunti, via mare, da canotti colmi di profughi mediorientali.

Fare previsioni a lungo termine sull’evoluzione del turismo internazionale è difficile, perché concorrono molte variabili geopolitiche. Subito dopo gli attentati alle Twin Towers dell’11 settembre 2001 pareva che il mondo delle trasvolate transoceaniche e delle vacanze spensierate, soprattutto in Paesi definiti improvvidamente “canaglia”, dovesse crollare. Al contrario, il turismo si è rivelato estremamente resiliente e redirezionabile, una giostra che può rallentare, ma che non si ferma mai.

Questo accade perché il desiderio turistico nella società industriale e post-industrializzata, a monte di ogni scelta riguardante i luoghi di destinazione, è generato da una matrice strutturale che produce istanze e comportamenti comuni. Concorrono a questa eterodeterminazione i ritmi e le regole del distretto produttivo, la necessità di evasione a tempo determinato, le dinamiche famigliari, il marketing degli altrove in termini di “paradisi” turistici. “Appena hanno qualche giorno di libertà, gli abitanti dell’Europa occidentale si precipitano all’altro capo del mondo, attraversano in volo metà globo, si comportano letteralmente come evasi dalla galera”, scrive Michel Houellebecq, nel suo romanzo scandalo, dedicato al turismo sessuale, intitolato Piattaforma. Affrontare il turismo in prospettiva socio-antropologica significa anzitutto chiedersi le ragioni di questa diserzione socialmente accettata e incoraggiata, una latitanza a termine, rispetto alla dimensione presenzialista ed efficientista del lavoro quotidiano.

La “specie” Homo turisticus è composta di individui con disponibilità di denaro che viaggiano per loisir, sapendo di tornare a casa dopo una breve vacanza. Negli ultimi anni questa “specie” si è differenziata al punto da rendere necessaria una classificazione più accurata che riconosca, per rimanere nella metafora naturalistica, le relative sottospecie e varietà. Volendo giocare con le definizioni possiamo facilmente determinare Homo turisticus varietà cuccaniensis in cerca di risorse e facilities nei nuovi Paesi di Cuccagna che sono i villaggi vacanza; varietà arcadicus amanti della tranquillità della campagna; selvaticus ecoturisti amanti della natura, marinus, culturalis, e così via.

È abbastanza interessare notare come la tematica della autenticità dell’esperienza turistica, tanto cara al dibattito antropologico sul turismo di qualche anno fa,  rimanga sempre più in secondo piano, quasi fosse irrilevante.

Il territorio apparecchiato per il turismo mainstream (certo non quello cosiddetto responsabile) rimane comunque un campo di gioco per l’esperienza turistica, sempre più vocata ad essere (narrata come) performance. Per le ragioni esposte, relative alla necessità di un immaginario edenico, o comunque alternativo allo stile di vita quotidiano, non si può dire che il turismo in generale sia animato dalla ricerca di verità. Anzi, la performance turistica consente travisamenti, travestimenti, bluff identitari, effimere metamorfosi.

Nella città di Lucca dove insegno, per esempio, dilaga il fenomeno neocarnevalesco dei cosplay, che comporta camuffamenti turistici e ostentazioni di identità provvisorie. Alcune strutture ricettive si sono già adeguate e per qualche giorno, tra ottobre e novembre ogni anno, ospitano turismo tematizzato: antichi romani, Obelix, celebrità manga, Lara Croft, Uomini ragno, Gesù Cristi, cavalieri della Tavola Rotonda, Batman, diavoli, pirati, Alici e Cappellai Matti, Puffi, trogloditi, vampiri, eccetera. Risulta un po’ difficile chiamarlo turismo di nicchia, dato che vi partecipano annualmente circa 200 mila persone, un flusso enorme per una cittadella medievale italiana come Lucca che conta 90 mila abitanti.

La questione dell’autenticità, che rimane ovviamente irrisolta, si ripropone anche in termini nuovi, inerenti l’heritage. Basti pensare al caso dell’ameno villaggio austriaco Hallstatt, dichiarato Patrimonio dell’umanità dall’Unesco nel 1997. Per anni Hallstatt ha ricevuto crescenti flussi turistici di provenienza asiatica. Pare che tra questi turisti, siano state attive “spie” munite di macchina fotografica e videocamera, per documentare ogni singolo dettaglio architettonico e decorativo del paesino, tanto grazioso e a misura d’uomo. Nel 2012 l’impianto urbanistico e l’architettura di Hallstatt sono stati copiati e riprodotti in replica nella provincia meridionale di Guangdong, forse il primo caso di clonazione di un intero villaggio a fini turistici. Il centro residenziale di Hallstatt in Cina, realizzato dalla China Minmetals Corporation, nel frattempo è divenuto una attrazione di grande successo per il turismo domestico. Restano aperte alcune questioni circa l’identità o se vogliamo lo spirito del luogo, la valorizzazione della tipicità del territorio, il senso comune di appartenenza. Ovviamente il contesto originale rimane inimitabile, ma non è detto che il contesto interessi ai turisti cinesi. Forse le diffuse perplessità rispetto alla clonazione di Hallstatt sono sintomi di un nostro feticismo per la Storia. E ancora: forse il caso di Hallstatt suscita lo stupore e lo sdegno della maggior parte dei commentatori perché la replica è stata fatta dai cinesi. Non risulta abbia fatto uguale scalpore la Little Venice di Las Vegas. Né la cosiddetta Lascaux II, replica della famosa grotta paleolitica di Lascaux realizzata dal Ministero della cultura francese e aperta al pubblico nel 1983, per salvaguardare il sito originale da un flusso turistico tanto impattante che rischiava di alterarne gli affreschi.

Hallstatt. Foto di Julius Silver da Pixabay

Turismo geneticamente modificato

Per Joel Henry, fondatore del laboratorio di turismo sperimentale Latourex, esistono già molte soluzioni alternative alle vecchie maniere di fare turismo. Si parla di turismo casuale, libero, giocoso, improvvisato. In ogni caso un modo di andarsene in vacanza renitente alla periodica leva vacanziera. L’editore inglese di guide turistiche Lonely Planet ha sviluppato e formalizzato le idee di Joel Henry, pubblicando nel 2005 The Lonely Planet Guide to Experimental Travel, una guida non ai luoghi ma ai modi più bizzarri di fare turismo. Vi figurano diversi e innovativi profili, itinerari e comportamenti turistici. C’è chi si fa guidare esclusivamente dalla moglie (uxoturismo). Chi viaggia per fotografare i turisti che a loro volta si fotografano davanti ai monumenti. Chi passa qualche giorno in aeroporto, senza prendere l’aereo. Chi pratica l’ipoturismo, partendo con pochi denari per un paese poco attraente, di cui non conosce la lingua. Chi si affida totalmente al tecnoturismo: per intenderci, il tecnoturista interagisce con l’ambiente in maniera mediata utilizzando una strumentazione digitale sempre più sofisticata, come navigatori satellitari per l’orientamento, traduttori simultanei, audioguide per smartphone che danno informazioni di realtà aumentata, hotel hi-tech con maxischermi dove vanno in scena paesaggi, opportunità e itinerari on demand.

Negli ultimi anni il turismo è cambiato anche dal punto di vista della promozione. L’aggettivo esclusivo, per esempio, che sembrava un must nella connotazione e nella comunicazione di mete turistiche desiderabili, ha ceduto il passo a un nuovo modo, decisamente inclusivo, di concepire le destinazioni. Le quali si presentano sempre meno elitarie e più disposte ad accogliere una clientela numerosa e ormai quasi indifferenziata. In termini di marketing, il famoso modello dello Zio Sam che chiama puntandoci contro l’indice con la scritta I want you, si è convertito in un più accattivante Join me, spesso lanciato da belle ragazze e bei ragazzi attraverso un passaparola sui social networks. I testimonial ingaggiati dalle località turistiche sono destinati ad essere meno famosi e meno pagati, perché nello spirito del 2.0 è disponibile e attivo un esercito di pionieri volontari, che farà promozione spontanea e spesso del tutto gratuita.

Oggi il turismo è costruito secondo i nuovi gusti e le nuove necessità. Si presenta geneticamente modificato e come tale viene consumato.

Ferma restando una generica istanza di evasione, gli scenari sono cambiati, viviamo in un’epoca di polverizzazione delle vacanze, che sono diventate sempre più brevi e frammentate, un’epoca di incertezza e precarietà lavorativa, di pacchetti all inclusive, di mobilità 2.0, di condivisione del vissuto in tempo reale, di trasporto promiscuo e collaborativo, di viaggi last minute e tariffe low cost. Un caso interessante di turismo geneticamente modificato, che sta toccando in maniera allarmante il mondo dell’ospitalità alberghiera è il couchsurfing, un fenomeno analogo ad altri network di scambio di ospitalità (come BeWelcome, Hospitality Club, Pasporta Servo) che coinvolge attivamente 7 milioni di persone. Secondo un giovane e intraprendente praticante spagnolo, Daniel Tirado, fondatore del blog turistico Viajando sin papel higienico e autore dell’omonimo libro, il couchsurfing non è solo un espediente per dormire gratis sui divani di mezzo mondo, è un’idea innovativa che comporta spirito di condivisione e fiducia nel prossimo.

Chiaramente, siamo ancora in uno scenario di costante connessione alla rete attraverso la tecnologia mobile, contrastato da proposte turistiche per ora marginali, ma non trascurabili, all’insegna del digital detox. Sulla via della disconnessione dal web durante la vacanza, Switzerland Tourism sta all’avanguardia, con l’originale proposta “disintossicante” Holidays without Internet.